In un seminario di filosofia non si può non cominciare dai Greci

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Sintesi (provvisoria) delle 9 relazioni presentate da Elio Rindone, Augusto Cavadi, Alessandro Roani, Francesco Dipalo 

  • In un seminario di filosofia non si può non cominciare con i Greci. Elio ci ha fatto notare che con essi si configura ciò che oggi chiamiamo etica: Socrate, infatti, attesta la consistenza oggettiva dei valori per via intuitiva, Platone e Aristotele cercano di offrirne una fondazione razionale, argomentativa, addirittura ontologica (inserita, cioè, in una visione globale dell’essere e dell’essere umano in particolare).
  • Per i Greci il culmine dell’etica è la giustizia: dare a ciascuno ciò cui ha diritto. Negli stessi secoli, in Medio-oriente, si va configurando la concezione biblica dell’etica. E’ una concezione, ovviamente, variegata e non di rado contraddittoria, al punto che un esegeta ha potuto affermare che nella Bibbia non c’è un’etica dal momento che ce ne sono troppe. Eppure è possibile rintracciare un filo rosso che dai profeti arriva a Gesù di Nazareth: la giustizia è necessaria ma insufficiente. La convinzione che Jahvé ama gratuitamente e universalmente può ispirare negli uomini un atteggiamento analogo: al di là della giustia, dunque, è possibile sperimentare nella storia anche l’agape.
  • Il Medio-evo tenta, anche su questa tematica, la sintesi fra la sapienza greca e la saggezza ebraica. Ma con molte criticità. Il filone più speculativo (Tommaso d’Aquino) preserva la razionalità greca ma a prezzo di rinunziare alla peculiarità un po’ folle dell’agape; il filone più sentimentale (Bonaventura di Bagnoregio) preserva la follia dell’agape (Francesco che bacia il lebbroso) ma a prezzo di rinunziare a una legittimazione logico-argomentativa.
  • L’Età moderna inizia con Cartesio: egli vuole applicare il metodo ‘matematico’ non solo alla metafisica (spiritualità dell’anima e esistenza di Dio) ma anche alla morale. Il dato storico è che non riesce a compiere il passaggio da una morale ‘provvisoria’ a una morale ‘definitiva’: forse l’approccio analitico non è adatto a spiegare l’imprevedibilità della storia dei singoli.
  • Se i singoli, propriamente parlando, non esistono perché ognuno di noi è la sfaccetattura di un unico immenso Poliedro, un’etica “dimostrata col metodo dei matematici” è possibile: questa la convinzione del monista (non monoteista!) Spinoza che offre un’etica estremamente dettagliata, a partire dall’unico Assoluto (la Sostanza Dio ossia Natura) sino ai dettagli di  come sia conveniente agire per ogni individuo, manifestazione particolare della Sostanza.
  • Spinoza ha costruito un’etica tanto più perfetta quanto più radicale è stata la sua negazione della libertà umana. Ma ha senso un’etica se non esiste la libertà di seguirla o di disattenderla? Kant pensa di no.
  • Si può, però, dimostrare che l’uomo è libero? Per il percorso tradizionale (di tipo speculativo-metafisico) no. Kant propone un cammino nuovo: l’imperativo categorico è la ratio cognoscendi (la chiave per conoscere) la libertà umana, la quale a sua volta è la ratio essendi (la  condizione ontologica) dell’imperativo categorico.  In altre parole: sappiamo di essere liberi (o, meglio, lo crediamo per fede filosofica) perché la ragione ci comanda di trattare gli altri sempre anche come fini e mai solo come mezzi delle nostre azioni; ma, se non fossimo liberi, questo comando della ragione sarebbe… irragionevole.
  • Questa difesa della libertà umana non convince Schopenhauer: a suo parere la nostra libertà è quella dei burattini manovrati da una Volontà assoluta, cieca, che è il Fondamento della natura e della storia. L’etica non è obbedienza a questa Volontà, bensì liberazione da questa Volontà
  • Nietzsche condivide la convinzione di Schopenhauer secondo cui “in principio non era un Logos, bensì l’Assurdo”, ma non le sue conseguenze ascetiche: più che emanciparsi dalla Volontà, bisogna assecondarla e farsene veicolo (creativo di nuovi valori, al di là della distinzione di bene e di male, isnostenibile dopo la “morte di Dio”)
  • In Nietzsche si profila dunque un “nichilismo positivo” che, per molti versi, riprende alcune pratiche ellenistiche e si può confrontare con il buddhismo: accettare che la vita sia divenire, impermanenza, lungi dal gettarci nella disperazione del naufrago che ha smarrito ogni appiglio stabile, ci apre a una nuova esperienza del sacro. Esistere è liberarsi dalle illusioni dei falsi appigli e abbandonarsi ad un oceano senza sponde In-finito, In-determinato; a quel Ni-ente che ci ospita in vita e ci attende in morte (Nirvana).

Augusto Cavadi    (www.augustocavadi.com)

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