Paolo Ricca: Davanti a Dio siamo liberi oppure no?

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Su segnalazione di Augusto riportiamo un articolo tratto da Riforma, settimanale delle chiese evangeliche battiste, metodiste, valdesi (per altre info vedi: www.riforma.it) dove Paolo Ricca, un teologo che ha insegnato Storia della Chiesa alla Facoltà valdese di teologia, risponde alle domande di un lettore. L’argomento riguarda proprio il nostro tema di Nevegal: libero arbitrio e libertà. Buona lettura!

Dovendo predicare sulla vocazione di Saulo (Atti 9, 1-9) mi sono posto il problema dell’intervento del Signore nella nostra vita. La vocazione di Saulo diventato Paolo è da considerarsi un fatto miracoloso, unico nella storia umana?

Certamente Paolo ha una parte importante nel piano di salvezza del Signore. Lo Spirito è libero, e non è in nessun modo sindacabile da parte nostra. D’accordo. Ma il Signore può aver parlato anche a qualcun altro, come parla a ognuno di noi, e qualcuno può non aver risposto al suo appello! Credo che questo sia accaduto, e accada fin troppo spesso.

E allora, la libertà di cui parla Paolo in II Corinzi 3,17 («dov’è lo Spirito del Signore, ivi è libertà»), oltre che libertà dal peccato, non può anche essere la libertà che il Signore ci lascia di accettare o non accettare il suo invito? Questo, naturalmente, senza voler dare un valore salvi fico alla nostra risposta.

Ma c’è o non c’è, come affermano alcuni che pensano di essere calvinisti fino in fondo (e vorrei sapere quale fosse veramente il pensiero di Calvino su questo punto), la possibilità di rispondere negativamente al suo appello? Fin dove ci porta Calvino? E che cos’è, con ogni possibile precisione, il «servo arbitrio» di Lutero?

Gesù ci dice: «Io sto alla porta e picchio: se uno ode la mia voce e apre la porta, io entrerò e cenerò con lui, ed egli con me» (Apocalisse 3, 20); e ancora leggiamo:«Ho posto davanti a te la vita e la morte, la benedizione e la maledizione.

Scegli dunque la vita, onde tu viva» (Deuteronomio 30, 19). Allo stesso modo mi riesce molto difficile accettare le parole di Paolo in Romani 9: il problema dell’«indurimento» (v. 18), e il discorso del vasaio: «vasi d’ira preparati per la perdizione» (v. 22).

Sono eretico?

Marco Tullio Florio – Torre Pellice


Ecco la risposta di Paolo Ricca


Non credo che possa essere considerato «eretico» chi, come il nostro lettore, pone delle domande serie e motivate intorno alla dottrina della predestinazione, che è il tema di fondo della sua lettera, anche se, stranamente, la parola non vi compare. Le domande nascono dalla meditazione su un passo biblico (Atti 9, 1-9) e un fatto: la vocazione di Saulo, accanito persecutore della Chiesa nascente e testimone della lapidazione di Stefano, primo martire cristiano, sulla quale egli «era consenziente» (Atti 8, 1). Saulo «devastava la chiesa» (8, 3) e «spirava minacce e stragi contro i discepoli del Signore» (9, 1). Era insomma il nemico n° 1 della «nuova via» iniziata e percorsa da Gesù. Era in realtà il nemico n. 1 di Gesù: perseguitando la chiesa, perseguitava lui. Era Gesù che egli voleva cancellare dalla memoria degli uomini. Non gli bastava che fosse morto su una croce, doveva morire anche nel cuore di chi, avendo creduto in lui, non poteva di menticarlo. Ed ecco che inaspettatamente, senza preavviso, Gesù si manifesta a lui in un fascio di luce che «gli sfolgorò d’intorno» (9, 3). Saulo cade a terra e in quella posizione sente una voce sconosciuta che lo chiama per nome. Da quel momento comincia per lui una vita nuova, radicalmente diversa da quella di prima: da persecutore di Gesù diventa suo apostolo, da nemico del Messia crocifisso diventa uno che «non si gloria d’altro che della croce del Signor Gesù» (Galati 8, 14), da ebreo eccellente che poteva vantare tanti meriti (Filippesi 3, 5-6) diventa mendicante della grazia mediante «la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede» (Filippesi 3, 9). Dov’è in tutto questo il «libero arbitrio», cioè la libera volontà, la libera scelta dell’uomo? Non c’è! C’è solo il «libero arbitrio» di Dio, la sua sovrana decisione di intervenire nella vita di questo suo temibile avversario e, senza il suo consenso, cambiargli completamente la vita. C’è, in questa vicenda, la libertà di scegliere? Sì, c’è, ma non da parte di Saulo, che non sceglie nulla, bensì da parte di Dio, che scegli di trasformare Saulo in Paolo. La vocazione di Saulo sulla via di Damasco è una perfetta illustrazione di una scelta umana che non c’è (Saulo aveva fatto scelte opposte a quella di Dio) e di una scelta divina che invece c’è, ed è vincente su tutta la linea, irresistibile: Saulo ne è sopraffatto. Naturalmente ci si può chiedere: Saulo avrebbe potuto resistere a Dio? Avrebbe potuto chiudere gli occhi prima di essere accecato dalla luce che, improvvisa, gli «sfolgorò d’intorno» e negare la realtà di quella luce? Avrebbe potuto restare in piedi anziché cadere in terra? Avrebbe potuto tapparsi le orecchie (quelle del corpo e quelle del cuore) per non udire la voce che lo chiamava? Io rispondo: no, non avrebbe potuto. Perché? Perché Dio è più forte dell’uomo. Ma è proprio vero che Dio sia più forte dell’uomo? Di Giacobbe non si dice forse: «Hai lottato con Dio e con gli uomini, ed hai vinto» (Genesi 32, 28)? Sì, lo si dice, ma la verità è che hanno vinto entrambi: Giacobbe ha vinto in quanto ha ottenuto la benedizione che cercava; Dio ha vinto perché gli ha cambiato la vita. Non è Giacobbe che ha cambiato Dio, è Dio che ha cambiato Giacobbe. Ma la domanda su chi sia più forte: l’uomo o Dio, ritorna davanti alla croce: chi ha vinto al Golgotha? Dio o l’uomo? Anche qui possiamo dire che hanno vinto entrambi. Ha vinto l’uomo che non vuole essere disturbato da Dio e lo fa fuori per non sentire la sua voce, e ha vinto Dio che non indietreggia, non scappa in cielo, resta tra gli uomini anche se appeso a una croce. Alla croce ha vinto il «no» dell’uomo a Dio e ha vinto il «sì» di Dio all’uomo. Si poteva pensare che il «no» dell’uomo avrebbe cancellato il «sì» di Dio, ma non è stato così: il «sì» di Dio è risuscitato dalla tomba di tutti i nostri «no», e il nome di Gesù è oggi confessato e glorificato da molti in tutto il mondo. Ma anche se fossero pochi, sarebbe lo stesso. La verità di Dio non dipende dal numero di quelli che la riconoscono.

Ma torniamo a Saulo e al nostro lettore che, dovendo predicare su Atti 9, 1-9, si pone giustamente delle domande. Almeno tre. La prima è se quello capitato a Saulo debba essere considerato «un fatto miracoloso, unico nella storia umana». La seconda è se, davanti a Dio, siamo liberi o no, e quindi «dove ci porti» Calvino con la sua predestinazione e che cosa sia, esattamente, il «servo arbitrio» di Lutero. La terza è se la libertà che lo Spirito Santo suscita secondo la parola di Paolo in II Corinzi 3, 17 non sia, appunto, la libertà non solo di accettare, ma anche di rifiutare l’invito del Signore. Cercherò di rispondere, sia pure sommariamente, alle tre domande.

1. Certamente quello che è successo al fariseo Saulo diventato apostolo Paolo è «un fatto miracoloso». Tutto quello che Dio fa è prodigioso, sia nella creazione, sia nella redenzione. Ogni nascita è un miracolo, come lo è ogni nuova nascita. Lo è la luce del sole che ci fa vivere, lo è la luce di Cristo che ci fa rivivere. Quindi ciò che è accaduto a Saulo è miracoloso, ma non è affatto unico. I miracoli sono tanti, ma ci vogliono occhi che li sanno discernere. Miracolo, però, non vuole solo dire festa. Come Giacobbe, dopo aver lottato con Dio, zoppicava (Genesi 32, 31), così Paolo, dopo la conversione, soffriva per una misteriosa «scheggia nella carne» (II Corinzi 12, 7), di cui Dio non volle liberarlo. Chi lotta con Dio non ha la vita facilitata.

2. Davanti a Dio, siamo liberi o no? Sì che lo siamo, il problema è che uso facciamo di questa famosa libertà. Adamo ed Eva erano liberi di ascoltare Dio, ma hanno ascoltato il serpente. Caino era libero di amare suo fratello, ma lo ha ucciso. Il popolo era libero di scegliere Gesù, ma ha scelto Barabba. Noi siamo liberi di non inquinare, ma inquiniamo, siamo liberi di vivere in pace, ma facciamo la guerra, e così via, all’infinito. Certo, c’è anche chi sceglie diversamente, ma sono, purtroppo, sempre minoranze. La scelta maggioritaria è quella di Barabba. È vero: siamo liberi di scegliere Dio, ma non lo scegliamo. La croce rivela drammaticamente dove ci porta la nostra libertà. Ma – si chiede il nostro lettore – dove ci porta Calvino con la sua predestinazione? Ci porta a Dio, che ci ha pensati, amati e salvati prima ancora che nascessimo – questo è il senso profondo della predestinazione, che non è una dottrina sull’uomo, ma su Dio. In proposito ricordo anche quanto scriveva, su un altro piano,Giuseppe Gangale nel suo «manifesto» intitolato Rivoluzione protestante: la predestinazione «fu l’usbergo [cioè la corazza con cui difendersi] della nostra condizione di minoranza religiosa in condizione di inferiorità culturale in una terra [l’Italia] in cui da secoli trionfa lo spirito relativista e umanistico». Questa affermazione andrebbe spiegata, ma lo spazio a disposizione non lo consente; la cito però ugualmente per suggerire che la predestinazione ha un significato evangelico profondo, che è diverso da quello che comunemente si pensa. Certo, le domande che essa (con il suo corollario sull’«induramento» da parte di Dio) suscita sono tante e Lutero stesso scrive al riguardo: «Io stesso devo confessare che questi pensieri mi hanno urtato duramente il capo, quasi fino al più profondo scoramento e alla disperazione, prima che imparassi e conoscessi quanto è utile la disperazione e quanto vicina le stia la grazia». Le domande dunque cisono, ma non possono mettere in ombra l’essenziale di questa dottrina, che è l’affermazione della elezione gratuita di Dio (come è capitato a Saulo!), la quale è il cuore della rivelazione e «la quintessenza di tutto l’Evangelo» (K. Barth). Ma Lutero – chiede ancora il nostro lettore – con il suo «servo arbitrio», che cosa vuole dire? Vuole dire che la volontà umana può molto nell’ordine naturale delle cose e nelle scelte della vita terrena (prendiamo continuamente delle decisioni su ogni cosa), ma non può nulla nell’ordine della grazia. Ma allora non possiamo dire «sì» a Dio? Sì che possiamo, ma è un «sì» che è nostro, ma che non viene da noi: è lo Spirito che lo pronuncia dentro di noi. E con questo siamo alla terza domanda.

3. Se è vero che «dove è lo Spirito, ivi è libertà» (II Corinzi 3, 17), questa libertà non dovrebbe includere anche la libertà di rifiutare l’invito di Dio? Credo di no.

Lo Spirito di Dio non viene a noi per aiutarci a dire «no» a Dio. Per questo non abbiamo bisogno di essere aiutati da nessuno, tanto meno dallo Spirito, ce la facciamo benissimo da noi: bastano e avanzano i nostri mille dubbi, le nostre tante obiezioni, le nostre decise negazioni. È per dire «sì» che abbiamo avuto bisogno dello Spirito, che viene a noi proprio per darci la meravigliosa libertà di dire «sì»: la libertà, sia chiaro, non l’obbligo, di dire «sì». Lo Spirito Santo infatti, dice ancora Lutero, «non è uno scettico. E non ha scritto nei nostri cuori una incerta illusione, ma una forte, grande certezza, che è più certa e più ferma di questa vita creaturale che ora viviamo, o del fatto che due più tre fanno cinque».

Paolo Ricca, Riforma, l’eco delle valli valdesi, Anno 146, numero 35, pag. 15, venerdì 17 settembre 2010

1 commento

  1. Gira rigira, non siamo liberi. Figurati il libero arbitrio!
    Che resta?
    La vita!
    Un’esperienza straordinaria misteriosamente toccata a noi tra miliardi di “concorrenti”.
    Sola gratia o casualità?
    Sicuramente una storia incredibile, regolata da una serie di circostanze e di forze che si sono combinate, chissà come, chissà dove, in un equilibrio “perfetto” : nella sua complessità e nelle sue contraddizioni.
    Quale posto per la libertà?
    Possiamo scegliere di non uccidere, di non fare la guerra, di non distruggere il creato?
    Mi rifiuto di forzare la mia testa a pensare alla libertà. Lo trovo “indecente”. Mi confonde, mi distoglie dal reale.
    Poteva Caino scegliere di non essere Caino? Come resistere a quella forza, a quella energia  che si agitava dentro di lui, in eccesso rispetto a quella di Abele?
    Energia che lo spingeva irresistibilmente ad agire senza sosta, a fare sempre di più?
    Fu solo per avere un premio o non poteva che essere così?
    Fu il giudizio morale di un dio che lo rese assassino: Abele poteva non essere ucciso? Poteva Caino fermare la sua mano?  
    Può oggi Caino  non uccidere, non fare la guerra, non distruggere il creato?
    Su una legge morale no, non può.
    Il cambiamento può venire solo dall’ascolto di quello spirito che “geme dentro di noi” e che ci spinge a guardare sempre più in fondo: per capire, per conoscere, per trovare un senso della vita nuovo, per dirottare l’eccesso di energia di Caino in altro, sicuramente in armonia con quell’universo di cui siamo parte e dal quale ci sentiamo strappati.
    Per uscire dal nostro “delirio”, per non uccidere, per non fare la guerra, per non distruggere il creato.
     Per giocare un pò di più, perchè quel dio moralistico si riappropri anche lui della natura perduta, e cancelli dalla fronte di caino il segno della colpa, il segno della vergogna.

                                 faustina

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