Augusto Cavadi, Nevegal 2010

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Care e cari vacanzieri estivi 2010,
anche l’avventura bellunese si è conclusa e, a giudicare dai commenti che ho potuto registrare a voce e per iscritto, i risultati non sono stati inferiori alle elevate aspettative.
Alberto (Biuso) e Giusy (Randazzo), che – come tutti sapete o per lo meno dovreste sapere – hanno fondato una rivista mensile telematica gratuita di filosofia e temi affini (www.vitapensata.eu), mi hanno chiesto affettuosamente di mandare una sorta di cronaca commentata della settimana. Prima che venga ospitata sulla rivista, sarei felice se qualcuno di voi la leggesse in anteprima e formulasse, per iscritto, critiche e aggiunte, in modo da dare al lettore (“utilizzatore finale” del prodotto…) un’idea quanto meno inadeguata e parziale possibile.
Vi saluto cordialmente una per una ed uno per uno,
A.

FILOSOFANDO FRA IL PIAVE E LE DOLOMITI
Dal 20 al 26 agosto di quest’anno, alcuni di noi (fra i quali i due promotori di questa rivista) hanno riprodotto un’esperienza ormai più che ventennale: “le vacanze filosofiche per non…filosofi”. Un po’ da tutta Italia (dalla Sicilia alla Lombardia, dal Lazio alla Liguria) ci siamo dati appuntamento in un albergo di Nevegal, fra i boschi del bellunese, per riflettere sul tema della libertà: una scelta, se non ‘obbligata’ (sarebbe forse un po’ paradossale), certo logicamente consequenziale dopo le precedenti vacanze dedicate al potere.
Ciascuno dei quaranta partecipanti (di cui solo una sparuta minoranza laureati in filosofia: per il resto, ingegneri e avvocati, medici e magistrati, studenti universitari e attempati pensionati) avrà certamente vissuto l’esperienza attraverso la griglia delle proprie aspettative e della propria sensibilità: secoli prima della sottolineatura, da parte di Heidegger e di Gadamer, della inevitabilità della “pre-comprensione”, il vecchio san Tommaso d’Aquino aveva osservato che quod recipitur, admodum recipientis recipitur…
E’ dunque senza la minima pretesa di essere fedelissimo ai fatti, ed esauriente nelle considerazioni critiche, che provo a socializzare alcuni flash su ciò che è successo in Cadore e, soprattutto, nella mia mente.

Intenti programmatici e svolgimento effettivo
Secondo la tradizione ormai più che ventennale (ho iniziato le “vacanze filosofiche” nell’estate del 1983 in una collina sopra Trento), la prima sera è dedicata ad un primo scambio di autopresentazioni e all’evidenziazione, da parte mia e dei colleghi che – via via negli anni – hanno accettato di cooperare, di alcune caratteristiche qualificanti dell’iniziativa. Nella Lettera di benvenuto ho avvertito l’esigenza interiore di sottolineare soprattutto tre o quattro aspetti:
a) l’idea di filosofia non tanto come una ‘disciplina scolastica’ bensì come un modo di affrontare la vita (in maniera consapevole)
b) il gusto della riflessione (e, dunque, la fruizione di spazi di silenzio meditativo, di contemplazione)
c) l’arte del confronto dialogico con gli altri (al di là del mutismo scoraggiato e della chiacchiera saccente)
d) lo stile della nonviolenza (da Gandhi denominata “forze della verità”): che è possibile solo se si destruttura la identificazione delle idee con i soggetti che le espongono, a causa della quale, per non offendere l’altro, evito di criticarne le tesi o, al contrario, per contestare le tesi altrui ritengo inevitabile aggredirlo.
Rispetto a queste attese, si può dire che la maggior parte dei partecipanti è riuscito a sintonizzarsi e a sperimentarne i vantaggi. Forse, come nei miei timori, le difficoltà maggiori si sono registrate sull’ultimo punto: in qualche caso, su argomenti seri e più spesso futili, si sono registrati piccoli attriti che un atteggiamento di migliore autocontrollo emotivo, di attenzione alla sensibilità altrui e di distanza ironica dagli equivoci della comunicazione, avrebbe potuto evitare. Per fortuna, e per merito di tutti, comunque il tono complessivo della convivenza si è mantenuto sostanzialmente sereno e, frequentemente, anche allegro.

Il filo tematico
Il tema dell’anno – libertà e libero arbitrio – è stato affrontato, come in altre edizioni, in una prospettiva storico-critica. Elio Rindone, infatti, ha seguito la nozione di libertà nel mondo greco (Socrate, Platone, Aristotele, lo Stoicismo) e nel mondo medievale (Agostino e Tommaso d’Aquino); a me è spettato focalizzare, come esponenti della Modernità, le posizioni opposte di Cartesio e Spinoza nonché il tentativo kantiano di arrivare alla certezza della libertà per via pratica, anziché teoretica; Alberto Biuso ha esplorato, infine, alcune prospettive contemporanee – se non sempre in senso strettamente cronologico, dal punto di vista della fortuna nel XX secolo – come Schopenhauer, Nietzsche, Foucault e Lorenz. Giusy Randazzo, infine, si è assunta il compito di sollecitare, nella penultima sessione, la reazione personale dei partecipanti mediante una metodologia che prevedeva sia la discussione in gruppi di quattro-cinque p! ersone sia un confronto più ampio in assetto plenario.
Il percorso diacronico ha disegnato una sorta di parabola: dalla visione greca di un cosmo stretto dalle tenaglie della ‘necessità’ (anche quest’anno, al teatro antico di Siracusa, la follia di Aiace e lo struggimento amoroso di Fedra sono stati attribuiti – rispettivamente da Sofocle e da Euripide – agli dei e al destino) si è andata profilando una soggettività (Socrate, Platone e Aristotele la chiamavano ‘anima’) capace di svincolarsi, almeno parzialmente, dai condizionamenti esterni, sociali, pubblici e dai demoni interiori, le “mille teste” del mostro che ciascuno di noi è. La ‘libertà’ diventa ‘libero arbitrio’ forse già con Aristotele, certamente con Agostino e Tommaso d’Aquino: poiché non abbiamo una visione diretta del Bene assoluto (al cui cospetto resteremmo abbagliati e paralizzati, obbligati all’adesione dall’evidenza), la nostra volontà spazia sempre fra beni finiti (anzi, fra aspetti finiti di ! beni finiti) e non è quindi mai determinata ad unum.
Con la modernità il soggetto, che nell’epoca classica era fortemente limitato dall’ordine cosmico e nel medioevo dall’onnipotenza del Creatore, esplode: con Cartesio diventa il principio e il criterio della verità e della libertà. Da qui la reazione di Foucault (XX secolo) che riprende Nietzsche (XIX secolo) che aveva ripreso Spinoza (XVII secolo) che aveva ripreso lo Stoicismo (IV secolo a. C. – III secolo d. C.): la libertà è liberazione dal proprio ego e accettazione delle inflessibili leggi (o ‘strutture’) della natura e della storia.
Oggi la domanda è, fondamentalmente, questa: è ragionevole trovare uno spiraglio, una fessura, fra la libertà come autodeterminazione assoluta (Sartre) e la libertà come accettazione della necessità assoluta (che sembra imposta anche del determinismo scientifico sia fisico che biologico)? E’ ancora praticabile, sulla scia di Pascal e di Kant, una prospettiva che riconosca nell’essere umano sia la sua appartenenza ai meccanismi naturali (al pari di minerali, vegetali e altri animali) sia la sua appartenenza a una dimensione oltre-che-fisica (il “regno dei fini”, della responsabilità etica, dell’autodeterminazione morale)?
Forse la verità è che nasciamo ‘schiavi’ e possiamo – possiamo ! – morire (relativamente) liberi solo se viviamo come se fossimo liberi. Nelle questioni pratiche, la pratica non è irrilevante: se vivi da schiavo, muori da schiavo; se vivi da libero, muori da libero. E’ uno dei campi in cui le profezie si auto avverano o, meglio, le teorie si auto confermano: pensi di non essere libero e non lo sarai davvero; pensi che sei dotato di libertà condizionata, ti impegni in un processo di auto liberazione e, in itinere, sperimenti di essere davvero libero.
Nessuno si aspettava di dirimere la questione della libertà in maniera definitiva grazie a sette seminari (per giunta tenuti da tre relatori di diverso orientamento filosofico): averla messa in luce in termini un po’ più precisi, ascoltando le ragioni degli uni e degli altri, è stato l’obiettivo raggiungibile e, a mio avviso, effettivamente raggiunto.

Una questione a latere
La sessione mattutina dell’ultimo giorno è riservata, solitamente, a una sorta di brainstorming in cui ognuno dei partecipanti (indipendentemente dal ruolo svolto nel corso della settimana) possa esprimere dubbi, giudizi, approfondimenti, proposte…Se anche quest’anno avessi avuto la possibilità di partecipare a questo momento conclusivo, mi sarebbe piaciuto osservare come, ancora una volta, trattando il tema della libertà, non si può fare a meno di constatare come la filosofia occidentale – per riprendere il titolo di un volume di uno studioso, ebreo di lingua francese, contemporaneo – abbia subito un colpo in testa dalla Bibbia, dal quale non le è facile riprendersi.
Non mi riferisco tanto a residui terminologici in autori come Lorenz che, proprio nel titolo di un suo libro, parla ancora di “peccati capitali”; non mi riferisco, neppure, a sorprendenti affinità fra il genere letterario ‘vangelo’ e il genere letterario del celeberrimo Così parlò Zarathustra. Né mi riferisco ad assonanze fra singoli contenuti, come fra la ‘sapienza’ che, nel Primo Testamento, “gioca al cospetto dell’Altissimo” come un bambino e il “fanciullo” giocoso nel quale Zarathustra individua la figura del sapiente maturo, al di là del ‘cammello’ e del ‘leone’. Mi riferisco a qualcosa di più profondo, sostanziale, su cui – mi pare – nessuno abbia sino ad ora attirato l’attenzione. Quando apriamo un testo ‘sacro’ sappiamo già che si tratta di una proposta sapienziale-profetica che va accettata o rifiutata a prescindere dalle argomentazioni (spesso imprecise, approssimative, più retoriche che dialet! tiche) su cui si appoggia. Ma quando apriamo un testo ‘filosofico’ ci aspettiamo che, per quanto paradossali siano le tesi che avanza, si sobbarchi all’onere di ‘dimostrarle’ (quale che sia la struttura logico-argomentativa che una dimostrazione possa assumere in sede filosofica). Ebbene, quando autori come Nietzsche sostengono che l’universo è caos e che in questo caos nulla accade per caso ma ritorna eternamente uguale, si impongono due interrogativi: come conciliare il caos con l’ordine ciclico immutabile? E, ammesso che lo siano, questa ‘visione-del-mondo’ caotico-necessaria va accettata per fede (come se fosse annunziata profeticamente) o poggia su argomenti razionali (almeno in linea di diritto confutabili)? Una volta Nietzsche ha scritto: “La parodia più seria che abbia mai ascoltato è questa: ‘In principio era l’Assurdo e l’Assurdo era Dio. Tutto è stato creato per mezzo di lui’ ”. Mi domando: Nietzsche imita soltanto la forma lette! raria, il registro linguistico, del vangelo secondo Giovanni o ne cond ivide anche lo statuto epistemologico di testo profetico-sapienziale? Intendiamoci: dal mio punto di vista, non ci sarebbe nulla di scandaloso se Nietzsche rispondesse con un’intuizione poetica all’intuizione poetica del redattore del prologo del quarto vangelo; scandaloso, anzi inaccettabile, se qualcuno pretendesse di trattare (legittimamente) come autore non-filosofico Giovanni e (illegittimamente) Nietzsche come autore filosofico. Trattarli entrambi come filosofi, di pari grado, sarebbe il male minore; meglio ancora, in my opinion, trattarli come dei geni intuitivi (esponenti, direbbe Giovanni Gentile, dell’ ‘ultra-filosofia’) che, negli scrigni poetici lasciati in eredità all’umanità, hanno offerto una miniera di spunti, e di ipotesi di lavoro, alla laboriosa fatica argomentativa dei filosofi di professione.

Augusto Cavadi

1 commento

  1. Caro Augusto,
    condivido la tua lucida analisi della settimana filosofica e non credo vi sia nulla di prezioso da aggiungere.
    Buone cose, a presto

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