Rossella Cocchi: riflessione sul potere

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Con colpevole ritardo pubblichiamo una riflessione sul potere, inviataci da Rossella Cocchi, maturata dopo le discussioni avute a Macugnaga.

Grazie, Rossella e scusa!

Rossella Cocchi: sul Potere

Soprattutto mi interessa la realtà bifronte del “subire/esercitare il potere” che vedo come un fenomeno unico, pervasivo della nostra vita. In questo snodo mi sembra, il potere rivela il segreto della sua natura, che è di essere duplice, ambivalente.
E’ la questione di noi come soggetti che detengono ed esercitano il potere e non possono rendersene innocenti.

Nel mio lavoro spesso mi accade di rappresentare l’istituzione socio-sanitaria presso persone in difficoltà e mi sorprendo di quanto ambiguamente io sia investita dal mandato di “spiegare” a quelle persone le scelte degli organi di governo locale, di renderle compatibili con le loro ragioni di vita, ben più pregnanti. A volte la contraddizione è bruciante per me, e me la porto a casa, irrisolta. Ma forse altre volte, schiacciata dall’urgenza del fare, e dalla normalità accecante di questo meccanismo, non me ne accorgo nemmeno.

E ancora più vedo come agiamo per conto del potere con i nostri figli: il nostro amore intrinsecamente compromesso con il potere che abbiamo su di loro, addirittura impossibile a pensarsi senza.
Accudimento/amore/potere/educazione (come trasmissione di modelli dominanti, per addestrare i nostri bambini al vivere sociale) coincidono nella relazione con quelli che ci sono più cari.
Sul confine della città degli uomini, dove si decide l’appartenenza, si mostra il carattere più ambiguo del potere. Quel suo silenzioso incombere sulla frontiera inclusione/esclusione (nostra e dei nostri figli) dal consesso civile. Quel ricatto impalpabile e impersonale che continuamente ci frena nel profondo desiderio di un abbandono più autentico, gratuito, alla vita.
Forse, su chi fosse capace di rinunciare davvero al potere il Potere perderebbe quasi ogni potere…

Mi rendo conto di trascurare qui ogni distinzione fra potere, autorità, dominio, fra potentia e potestas. Ma lo faccio deliberatamente, perché è la radice comune di queste dimensioni che cerco di rintracciare.

A Macugnaga interrogavamo la capacità di eroismo, di resistenza dell’uomo nei confronti del potere, ma altrettanto arduo mi sembra sostenere il peso della difficile coscienza della nostra intima compromissione con il potere, tollerare lo sguardo su questa implicazione tremenda, su questo vincolo con il potere che rende intrinsecamente colpevole e tragica la nostra esistenza.
Non mi sembra che l’esercizio del logos possa mantenersi in una zona franca, al riparo da queste contraddizioni. La rassicurante presa di distanza, la proiezione esterna di ciò che ci riguarda intimamente, sono il terreno su cui cresce il nostro qualunquismo. Basta pensare a quanto è avvenuto nell’impatto dei nostri stili di vita, dei nostri consumi, su altri popoli.

Chiedo a me stessa e a voi…. Non vediamo, mentre ci siamo dentro, invischiati negli stereotipi di sentimenti edulcorati, profondamente falsificati, che questa nostra tragedia non è da meno di quelle narrate nei miti dagli antichi? Non sentiamo che il Conflitto, la Vendetta, la Colpa, per il potere subito/esercitato nel nucleo stesso degli affetti più cari, risuonano nei nostri cuori potenti e tragiche come risuonavano nei loro?

E infine, ma so di esagerare, insieme a questa coscienza tragica non si perde forse anche la possibilità di avvicinarsi ad una più nuda qualità energetica del potere, come ad un meraviglioso “Gioco” vitale, per gioirne?

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