Guido Martinoli: l’impossibile accordo

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Una delle frasi del vangelo passate alla storia, forse la più nota ed equivoca, è la mitica “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Tra le interpretazioni la più gettonata e storicamente applicata, nota come Cesaropapismo, è quella che assegna a un Responsabile laico, come un Presidente, un Primo Ministro o un Re gli affari terreni e cioè la gestione dello Stato, dell’economia, delle tasse; mentre demanda ad un altro, il Responsabile religioso come un Papa, un Ayatollah o un Profeta, le questioni celesti, che riguardano in senso lato la spiritualità e la Religione.

L’assunto tacitamente condiviso è che siffatti due mondi si possano separare e gestire indipendentemente.

Il Medio Evo ha abbondantemente dimostrato quanto fosse precaria e fallace tale convenzione e alcuni esempi rimarchevoli di questa disputa infinita e insolubile sono stati i vescovi-conti, le guerre del Papato in armi, la famosa vicenda di Canossa, la questione delle investiture, l’insubordinazione dell’inglese Enrico VIII che portò alla fatidica fusione dei due poteri nell’unico temporale e per contro la formazione e l’evoluzione dell’unico vero stato teocratico e insieme politico che esiste, quello del Vaticano.

L’impossibilità dell’accordo “concomitante e parallelo” tra i due distinti poteri (materiale e spirituale) risulta evidente se analizziamo i valori e i metodi che li fondano e che richiederebbero l’insostenibile logica delle cosiddette “doppie verità”, insieme diverse e contemporanee (due o più verità vuol dire nessuna verità), vediamo meglio.

Un regime teocratico ha un unico preciso riferimento che regge tutto indistintamente, Stato e Chiesa, corpo e spirito e si chiama Dio; da lui vengono i programmi, le strategie e gli obiettivi cui tutto si deve adeguare, sulla terra, in cielo e oltre “senza soluzione di continuità”.

Il trascendente deve dominare l’immanente e i rappresentanti di Dio in terra hanno il diritto-dovere di realizzare tale missione, finalizzando a essa ogni tipo di potere, compresa la forza, la legge, la polizia, la scuola eccetera. Del tutto inutile che il popolo o la maggioranza siano dissidenti o contrari, il consenso e la quantità non contano nulla. Diciamolo: nella Teocrazia non può avere senso né spazio la Democrazia.

Si fa quello che vuole Dio per bocca del suo rappresentante. Il bene comune e supremo lo conosce e decide Lui e non la massa ignorante dei fedeli, che sono per giunta manipolabili e istigati dal maligno.

L’esempio di teocrazia è per antonomasia il Paradiso terrestre della Genesi, che concretizza al limite quella situazione: la legge viene da Dio, gli uomini da lui creati devono seguirla giacché è solo così che saranno felici, sia che la capiscano o meno. Il loro bene lo conosce meglio di loro stessi il creatore, visto che li ha fatti. Non essendo ammesso alcun confronto dialettico (qui qualcuno si chiederà perché il pensiero venne dato ad Adamo ….), in caso d’infrazione a cotanta legge si avrebbero lo strappo e la fine dell’accordo ed ecco, infatti, la fatidica mela mangiata (il pensiero ha i suoi costi), la relativa cacciata e la fine del gioco.
Per i regimi laici invece i valori di riferimento sono diversi, fondanti ed esaustivi per ciascuno, ma, come vedremo, tutti in qualche modo accomunabili. Riassumiamo i più noti: per la Monarchia è il sangue, per la Tirannia è la forza, per la Democrazia è la quantità, per l’Aristocrazia è l’eccellenza, per l’Anarchia è l’assenza stessa di valori eccetera. Sembrerebbero tutte “crazie” originali e distinte eppure qualcosa le unisce: ebbene, sono tutte, come detto, laiche, e dunque indifferenti a Dio, anzi operano proprio “Etsi deus non daretur”. Infatti, i valori elencati sono solo terreni e funzionali al semplice vivere civile, che è poi l’unico a contare, essendo il divino in questo caso irrilevante e fuori gioco.

Ed eccoci arrivati allo scoglio cruciale e invalicabile su cui s’infrange da sempre non solo la politica ma l’intera civiltà. Come rapportare queste due, e forse più, dimensioni primordiali che ci circondano, la politica con la religione, l’immanente col trascendente, l’universo coi multiversi? Ci può essere un qualche accordo tra loro? E se sì, può essere equo ed orizzontale o deve essere gerarchico e verticale? Quale importanza riveste la componente fideistica necessaria al sottinteso e grande balzo irrazionale?

L’attualità ci dice che il mondo è retto oggi da regimi in gran parte laici, democratici o similari; qua e là resistono alcune monarchie costituzionali e poche altre assolute e infine restano due realtà apertamente teocratiche: il Vaticano e l’Iran. La prima, che non ha un gran peso politico-sociale per l’esiguità del territorio e degli abitanti, sembra una soluzione tra le più stabili ed efficienti, risalendo addirittura a Costantino.

La seconda invece, ben più recente, sta già manifestando i propri limiti. Infatti, sulle nostre orme adesso è l’Iran che pretende di attuare il tentativo ingenuo e senza speranza di armonizzare due valori tra loro fatalmente impossibili, Dio e democrazia. La legge di Dio, infatti, come fu nell’Eden, prescinde dal consenso umano, ottenibile quantitativamente con delle elezioni. L’errore sta proprio nel pretenderlo con quella procedura, giacché nel caso non ci fosse, i disordini sarebbero inevitabili con tanto di cacciata dall’Eden. Se a tale empasse aggiungiamo, da parte del potere teocratico costituito, l’infantile tentativo di manipolare l’ovvia libertà di voto, con l’uso di schede colorate, con scrutatori compiacenti o con chiari brogli elettorali, l’insano tentativo non può che finire in sangue e guerra civile.

Tant’è che nell’intera epopea ebraica, che da Abramo a Erode per duemila anni è stata un altro esempio di teocrazia, talvolta “aiutata” dalla Monarchia, non si è neanche lontanamente tentata alcuna soluzione democratica. Nello stesso vangelo non si accenna mai a un simile governo, che stride apertamente e inevitabilmente col messaggio divino scritto o tramandato e che, essendo assoluto, richiede una partecipazione fideistica, non tanto quantitativa e men che meno dialettica o razionale. Se la legge di Dio prescrivesse il chador, l’infibulazione femminile e i sacrifici umani, non dovrebbe certo essere dimostrata da alcuno ma semplicemente creduta e applicata; contro la fede non servirebbero a nulla la democrazia o la ragione. Forse che Dio padre ci ha mai rivelato perché fosse proibita quella famosa mela?

Mi permetto un consiglio agli Ayatollah: regnino pure per e con Dio, ma se vogliono la pace sociale investano tutto sulla fede e sulla liturgia ma dimentichino la democrazia e le elezioni.

Chiediamoci adesso: l’inverso è fattibile? Si può cioè conciliare un regime democratico e laico, con Dio? Ahinoi, anche in questo caso la risposta è negativa. Sono le vicissitudini dell’occidente che lo dimostrano. Da noi è la democrazia che si trova a fronteggiare le nuove spinte teocratiche e integraliste.
Non già quelle cristiane o ebraiche, assopite da decenni ma semmai quelle islamiche, animiste o panteiste. Oggi c’è chi vuole impedire democraticamente, cioè con le elezioni e la maggioranza, di edificare moschee o gompa (tempio buddista)? Potrebbero anche farcela adesso ma tra trent’anni potrebbe essere vero e sacrosanto il contrario. Non solo: hai visto mai che tra cinquanta (anzi facciamo quaranta), quando l’ondata secolarizzatrice avrà vinto anche l’Islam, verrà messo ai voti e democraticamente deciso, che so, la demolizione tout-court di chiese, moschee, sinagoghe e gompi, per fare spazio a più goderecci night club o centri commerciali. A quel punto sarebbe di nuovo Dio a soccombere alla democrazia, regina di quantità e beceraggine. Dunque che la Democrazia (quantità) si accordi con Dio (verità) è casuale e transitorio.

E che dire, concludendo, della ristrettezza mentale dell’italiano medio di pochi anni fa, che votava allegramente e in grande maggioranza un partito che esaltava l’equivoco e il paradosso, chiamandosi, udite udite, Democrazia Cristiana. Dio ce ne scampi!!

Guido Martinoli – Bedero Valcuvia (VA)
guido.martinoli@libero.it

3 Commenti

  1.  Caro Guido,
    condivido con te l’idea secondo cui è impossibile, nei termini in cui hai affrontato il problema, conciliare un potere “materiale” e un potere “spirituale”; come pure sono d’accordo nel sostenere l’idea secondo cui la storia in questo ci è stata maestra. Tuttavia mi pare si debba ammettere che, in un certo senso, il problema è mal posto: la vera spiritualità, infatti, non può assumere nessun potere, poiché qualsiasi potere è necessariamente materiale e temporale (al limite può esser psicologico ovvero sempre materiale). Coloro che hanno esercitato il potere di cui tu hai parlato hanno quindi parlato erroneamente di potere spirituale: sono stati invece -come appare da quanto hai descritto- molto materiali. Premesso ciò, non penso che non sia possibile -come tu invece hai scritto- “conciliare un regime democratico e laico con dio”; naturalmente, se con “dio” intendiamo integralismo e confessionalismo la cosa cambia e, in tal caso, ovvero se era semplicemente questo che intendevi, siamo d’accordo.
    Non sto qui a ribadire il mio disappunto per il tuo giudizio sulla democrazia ma, piuttosto, vorrei concentrarmi sulla domanda “Come rapportare queste due, e forse più, dimensioni primordiali che ci circondano, la politica con la religione, l’immanente col trascendente, l’universo coi multiversi?”, poiché ritengo sia importantissima: il presente è un commento (solo) a tratti critico al tuo intervento, nonché un piccolissimo tentativo di rispondere alla sopraccitata domanda.
    Una possibile risposta è data proprio dal celebre detto biblico da cui tu, invece (pur ammettendo che si tratti un passo controverso), sei partito per presentare l’origine del cesaropapismo, che, almeno per come è stato inteso, non mi sembra proprio l’esito più naturale di quel brano evangelico. Innanzi tutto, mi sembra che l’autore del racconto abbia voluto, oltre che porre l’attenzione sui dibattiti politici contemporanei, mostrare un modello (Gesù) di spirito critico e di indipendenza di giudizio rispetto le correnti politico-culturali dominanti, il che va al di là di ogni dualismo di potere: al Messia non interessa il consenso popolare tipico del rivoluzionario politico, gli interessa semplicemente aprire gli occhi della gente (donare la vista). A Gesù viene posta in modo perverso, vigliacco, ovvero con malizia (πονηρία) una questione puramente politica legata all’attualità. Il detto “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” attribuito al profeta, sta forse a indicare, da un lato, che ci sono dei doveri nei confronti dello Stato (vedi anche Paolo in Rm 13, molto interessante in questo contesto) e, dall’altro, che lo Stato non può dare senso a tutto, non può appagare e tener conto di tutte le dimensioni umane. Ma questa distinzione, secondo me, non basta a fondare il cesaropapismo né a giustificare l’atteggiamento che la Chiesa romana ha mantenuto nei secoli: al contrario, questa idea possiede in sé (tra le altre cose) un’allerta contro quei pericolosi atteggiamenti dogmatici e prepotenti. La distinzione -questo è il punto- non è tra due poteri, bensì tra un potere e un non-potere, tra l’agire e il pensare l’uomo in una dimensione divina (dunque antropologica ed etica). Allora, tutt’altro che potere: chi desidera esser il primo deve esser pronto a rendersi schiavo e servo di tutti, in consapevole contrasto col potere (Mc. 10,42-44). E a tal proposito, per giunta, mi sembra poco convincente la tua contrapposizione tra “laico” e “religioso”: non mi pare siano necessariamente due opposti, al contrario, i migliori religiosi sono laici; a dimostrazione del fatto che, fortunatamente, la religiosità non coincide col confessionalismo e col fanatismo religioso. In tal modo la spiritualità può essere fondamento dell’azione socio-politica.
    Gesù amava -almeno così pare- spostare i discorsi su piani più universali piuttosto che rispondere alle contingenti questioni politiche: l’idea è che vi sono problematiche che in realtà vanno a sfiorare l’uomo nel suo insieme, al di là delle contingenze storico-politiche e che, pertanto, si possono affrontare solo su un piano più sostanziale. In effetti le sapienze religiose si sono talvolta definite universali proprio in quanto capaci di interrogarsi e di rispondere sui sensi ultimi, sulla Vita, su tutto l’esistere e sul divenire eterno; nella nostra cultura si potrebbe forse dire, non senza concettualizzare (e quindi non senza “racchiudere in gabbia”), che Gesù è interessato al problema esistenziale, all’etica dei valori, all’intimo coinvolgimento dell’uomo in quanto essere consapevole. Ciò che invece si deve dare a Cesare riguarda la politica, e solo se precedentemente si è colto ciò che va dato a Dio, cioè ciò che interessa a Gesù, si potrà intendere la giustizia e il bene comune che da essa ci si aspetta; si potrà cogliere l’importanza dell’opportunità di “realizzarsi” (di divenire ciò che si è). Dunque se Dio -forse, in chiave agnostica, dovrei parlare di sapienza religiosa- ha detto cosa è l’uomo (suo figlio, il custode del mondo, etc.) e quali sono i suoi valori più preziosi (l’amore caritatevole, la non-violenza, la tolleranza, etc.) è da questo che dovrà partire una sana politica, la quale non andrà certo a scadere in uno Stato confessionale o in una teocrazia repressiva. In altre parole quegli spettacoli storici, di cui tu hai parlato e di cui condivido l’indecenza, non fanno parte della spiritualità, della leggerezza, ma viceversa della pesantezza, dell’attaccamento. Dunque una distinzione viene posta, tuttavia essa non riguarda, almeno in origine, due poteri bensì due aspetti (di cui solo uno è propriamente relativo al potere); questi, non vanno a creare, credo, un dualismo netto; piuttosto il secondo aspetto (“ciò che è di Dio”) va a influire sul primo (la politica) in un modo dunque che anche ai non specialisti come me, può apparire molto diverso da come sarà usato in seguito dal potere materiale, dalla dottrina ecclesiale e, in generale, dai regimi teocratici. In effetti la lodata “povertà” dei primi cristiani non indica solo la povertà economica: ma il non avere potere; a queste persone che non lo esercitano, anzi, che sono oppresse dal potere, apparterrà il mondo.
    La chiave esegetica con cui ho letto la storia da te tirata in ballo (chiave che non risale certo a me, ma alla mia assimilazione e personale interpretazione -forse banale- di qualche biblista) vede in quell’evento proprio -come dicevo- un allerta contro i confessionalismi e, in generale, contro gli assolutismi: la politica, che non tiene mai in pugno l’uomo e non può sostituirsi alla sua coscienza, è un mezzo che nel tempo (in modo variabile) dovrebbe determinare, attraverso il dialogo, i provvedimenti migliori per realizzare la giustizia e tenere conto della dignità umana. Il richiamo alla coscienza dell’individuo è in effetti una delle novità che il cristianesimo ha portato con sé. Il cristianesimo delle origini avendo posto la coscienza personale come qualcosa di fondamentale, non offre al potere politico un obbedienza assoluta a priori: si può disobbedire ai comandi e alle leggi dello Stato qualora questi siano in disaccordo con la coscienza. Sarà soltanto in seguito, nella probabile degenerazione del cristianesimo da spiritualità a materialismo politico (cosa che non sarà comunque totalizzante), che avverrà -come a buon diritto tu osservi- che si tenderà a fare “quello che vuole Dio per bocca del suo rappresentante. Il bene comune e supremo lo conosce e decide Lui e non la massa ignorante dei fedeli, che sono per giunta manipolabili e istigati dal maligno”: ma questa è la privazione di una coscienza!
    Benché io condivida il messaggio emerso dal suddetto racconto, ritengo comunque che qualsiasi strada conduca a risultati analoghi sia praticabile: l’importante è interrogarsi, capirsi e in seguito agire rettamente. Ad esempio, sul sito del prof. Augusto, con piacere, trovo scritto: “[…] sono interessato a contribuire ad incrementare, nel mondo globalizzato, la dimensione spirituale dell’esperienza antropologica (sia individuale che collettiva) quale precondizione ineludibile di un assetto planetario, politico ed economico, meno ingiusto. In termini equivalenti: incrementare la dimensione spirituale come fondamento di una prassi esistenzialmente e socialmente più significativa. Tutto ciò comporta la destrutturazione dell’equazione spirituale=religioso=confessionale: non solo vi è una religiosità che sta alla base di tutte le confessioni storicamente configuratesi, ma vi è anche una spiritualità ancor più basilare delle diverse attitudini religiose dell’umanità che può rendersi manifesta in personalità e in aggregazioni dichiaratamente atee. Oggi il mondo che si autodefinisce ‘laico’ ritiene sufficiente attaccare […] le chiese di ogni tipo che pretenderebbero il monopolio della spiritualità e che rischiano di assumere atteggiamenti fondamentalistici. Sino a quando tale mondo non si deciderà ad offrire un’alternativa credibile e praticabile, la maggioranza della popolazione si accontenterà esclusivamente delle proposte di spiritualità connotate religiosamente e confessionalmente. Come darle, d’altra parte, torto? Sino a quando la scelta è fra una spiritualità (per quanto imperfetta, rischiosa e condizionata) e il deserto dell’irrisione aristocratica o dell’edonismo banalizzato, perché sarebbe più ragionevole accontentarsi del deserto?”.
    Si potrebbe continuare a parlare di questi temi o, ad esempio, a dare interpretazioni del Genesi da te citato un po’ diverse (facendo leva sul significato del genere letterario o criticando il dubbio concetto di creazione), oppure si potrebbe discutere sulla lettera di Paolo ai Romani. Tuttavia credo che non sia essenziale in questo contesto, poiché il concetto è già chiaro: a me sembra convincente l’ipotesi secondo cui sia possibile (e auspicabile) una spiritualità (se si vuole religiosa) in uno Stato laico; ma il confessionalismo e l’integralismo definiti “religiosi” mi sembrano non avere nulla di spirituale: su questo punto, credo, siamo d’accordo. Lo spirituale, il soffio di vento, non è afferrabile con la forza, forse non è nemmeno nominabile come abbiamo fatto noi: nel suo grado più alto mi piace sentirlo come spontaneo, come naturale, sorridente. Già parlarne significa zavorrarlo, allontanarvisi (figuriamoci appellarvisi per detenere un potere!). Come la purezza innocente, anch’esso si possiede finché non si sa di averlo: quanta bellezza nell’esser spirituali senza pensare alla spiritualità, nel meditare il Tutto senza organizzazione e consapevolezza alcuna, nel dare amore gratuito per necessità! In questo senso esiste un “potere” spirituale: se qualcuno lo possedesse dovrebbe essere necessariamente alieno da qualsiasi potere (nel senso usuale del termine).
    Vorrei concludere presentando un ulteriore concetto di religione, in un certo senso a-tea, che credo (e spero) sia illuminante. Avendo letto non da molto questo pensiero offertoci da un grande “noetico” -forse l’unico vero continuatore di Spinoza- lo cito direttamente, senza giri di parole: “Il passaggio dalla religione-terrore alla religione morale costituisce un progresso importante nella vita dei popoli. […] Ma in ogni caso vi è ancora un terzo grado della vita religiosa, sebbene assai raro nella sua espressione pura ed è quello della religiosità cosmica. Essa non può essere pienamente compresa da chi non la sente poiché non vi corrisponde nessuna idea di un Dio antropomorfo. L’individuo è cosciente della vanità delle aspirazioni e degli obiettivi umani e, per contro, riconosce l’impronta sublime e l’ordine ammirabile che si manifestano tanto nella natura quanto nel mondo del pensiero. L’esistenza individuale gli dà l’impressione di una prigione e vuol vivere nella piena conoscenza di tutto ciò che è, nella sua unità universale e nel suo senso profondo. Già nei primi gradi dell’evoluzione della religione (per esempio in parecchi salmi di David e in qualche Profeta), si trovano i primi indizi della religione cosmica; ma gli elementi di questa religione sono più forti nel buddhismo, come abbiamo imparato in particolare dagli scritti ammirabili di Schopenhauer. […] I geni religiosi di tutti i tempi risentono di questa religiosità cosmica che non conosce né dogmi né Dei concepiti secondo l’immagine dell’uomo. Non vi è perciò alcuna Chiesa che basi il suo insegnamento fondamentale sulla religione cosmica. Accade di conseguenza che è precisamente fra gli eretici di tutti i tempi che troviamo uomini penetrati di questa religiosità superiore e che furono considerati dai loro contemporanei più spesso come atei, ma sovente anche come santi […]. Sotto questo aspetto uomini come Democrito, Francesco d’Assisi e Spinoza possono stare l’uno vicino all’altro. Come può la religiosità cosmica comunicarsi da uomo a uomo, se non conduce ad alcuna idea formale di Dio né ad alcuna teoria? Mi pare che sia precisamente la funzione capitale dell’arte e della scienza di risvegliare e mantenere vivo questo sentimento fra coloro che hanno la facoltà di raccoglierlo.[…] credo sinceramente che indirizzare gli uomini alla cultura di nobili discipline e poi indirettamente elevarli, sia il servizio migliore che si possa rendere all’umanità […]. Il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura e in che senso egli è giunto a liberarsi dall’io” (A. EINSTEIN, Come io vedo il mondo. La teoria della relatività, Roma, Newton Compton, 1993, pp. 24-28, carattere grassetto da me inserito). Benché non tutti abbiano le folgoranti intuizioni di Einstein, mi sembra che, a vari livelli, questo modo di cogliere la religiosità -come anche quello originalmente cristiano o quello basilare a cui si è accennato- possa esser favorito da una società laica e democratica in grado di promuovere un’istruzione collettiva anti-dogmatica e, inoltre, in grado di consentire a tutti lo sviluppo di una coscienza critica, vorrei dire “illuminista”: è questo spirito che ha animato è gli “eretici” (a cui accenna anche Einstein) di tutti i tempi. E anche attualmente, sebbene con meno urgenza, dobbiamo opporci come hanno fatto questi “eretici”, queste persone che hanno compiuto una scelta in nome di una coscienza e in nome della ricerca della verità (tra cui bisognerebbe annoverare anche le prime comunità cristiane, o il Buddha che attaccava le caste tradizionali, o ancora Giordano Bruno) contro il conformismo derivato dal ritenere sacro e intoccabile il potere: il rischio sentito è quello di diventare degli zombie, o, per dirla in modo più tradizionale, delle pecorelle. Anche per questo, ovvero in nome di una verità più radicale, si sono sviluppate le tradizioni religiose, prima di divenire talvolta poteri assolutistici, possessori dell’unica verità: “la prendiamo noi la vostra coscienza, siamo noi a decidere per voi in nome di Dio, a voi la coscienza e l’informazione non servono più!”, sembrano dire (o aver detto) in seguito. Ma questa è politica non religione; per questo, come dicevo, il problema è mal posto: la religione non deve diventare potere, altrimenti non può avere pretese di spiritualità. La politica e la religione si possono allora accordare, purché la religione sia fondamentalmente una personale coscienza, una dimensione del sentire o una fede, nel senso abbozzato sopra.
    Ti ringrazio per questi nuovi interessanti spunti di riflessione,
    cordiali saluti e auguri ai pazienti lettori (qualora ce ne fossero).

  2. Complimenti davvero, Riccardo, per la tua serrata analisi, a partire dalle suggestioni di Guido. In particolare mi incuriosisce il tuo riportare la riflessione non tanto sulle religioni date ma sulla ‘sapienza religiosa‘. Questa condurrebbe alla religiosità cosmica, auspicata da A. Einstein uno dei pochi continuatori – come tu dici – del pensiero di Spinoza. Se quindi riconduciamo la religiosità alla liberazione dell’io individuale per far posto ad una dimensione in cui siamo compresi nel Tutto – magari passando prima da una sincera analisi della condizione esistenziale di ciascuno di noi – mi trovi pienamente d’accordo.
    P.S. Come vedi, caro Riccardo, qualche lettore esiste, ed è pure contento!

  3.  
    Caro Salvatore,
    grazie per l’apprezzamento, nonché per questo bel sito Internet in continua evoluzione. Le tue parole sono adeguate, sicché possiamo dire di essere d’accordo.
    A presto, stammi bene

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